Comment peut-on être Breton?

Da come tira il collo alle marce, deduco sia piuttosto arrabbiato. Il furgone inforca le ultime curve, raggiunge l’ingresso della libreria e si esibisce in un testacoda degno del miglior “Herbie”. Dal finestrino spunta un braccio che carica il lancio e, con inaudita potenza, scaglia la copia arrotolata della Repubblica contro la vetrina. Il quotidiano ancora non ha toccato il suolo che già il corriere è schizzato via, e giurerei di aver visto il veicolo impennarsi alla partenza. Anche oggi ha dovuto affrontare il tortuoso percorso che conduce al mio rifugio-negozio, e soltanto per consegnarmi un giornale. Un arretrato, peraltro. Risale all’otto settembre e il motivo per cui tanto lo desideravo è l’inserto Super 8, dedicato all’ormai imminente referendum (non autorizzato) per l’indipendenza della Catalogna. Sempre che la votazione alla fine si tenga. La situazione sembra farsi infatti sempre più incandescente a mano a mano che ci si avvicina al primo ottobre. Lo leggo con grande attenzione, nella speranza di farmi un’idea un po’ più puntuale. Vorrei potermi schierare. Adoro potermi schierare, perorare cause perse e utopie demodé, e infine inveire una volta sconfitto. Ma questa volta la questione è complessa. Più mi addentro nell’argomento e meno punti fermi a cui aggrapparmi mi restano. Aveva ragione il buon Michele Serra che, su un Venerdì vecchio di alcune settimane, ammetteva come gli capiti “sempre più spesso di trovare ragionevoli posizioni diverse” e “se messo alle strette, di non saper da che parte stare”.
Fra pochi giorni, quando si terrà la controversa consultazione, per metà mi troverò a simpatizzare per una cultura orgogliosa che si batte per essere riconosciuta e per autodeterminarsi, e per metà resterò al fianco di quel sogno di un’Europa dalle frontiere sempre più sfumate, in cui i paesi non aspirano a separarsi e issare bandiere, ma piuttosto a fondersi e confondersi in un’unica variegata comunità.
Ora che ci penso, la vicenda catalana mi riporta alla mente una vecchia e interessante lettura. Il termine “separatismo” evoca d’istinto immagini d’oltremanica. Inevitabile pensare all’Ulster e alla divisione militare dell’IRA. La questione scozzese è un altro ricordo ancora nitido e destinato a un rinnovato fermento post-Brexit. Altrettanto nota dell’IRA è l’ETA, violento braccio armato indipendentista basco.
L’acronimo FLB sarà invece oscuro ai più. Eppure dal 1966, il “Front de Libération de Bretagne” si è reso protagonista di svariate centinaia di attentati. Esistono movimenti che da decenni si battono per il riconoscimento di una maggiore autonomia della Bretagna. “Comment peut-on être Breton?” (Éditions du Seuil, 1970 la prima edizione) parla di questo, ma non solo. Morvan Lebesque, croniqueur politique del Canard enchainé oggi scomparso non le manda a dire, per usare un eufemismo. Il sottotitolo del volume è quasi una provocazione: Essai sur la démocratie française. In quello che fu il suo vero e proprio testamento spirituale, il Nantese si fa forte dell’autorevolezza acquisita nel corso della lunga carriera giornalistica per criticare aspramente lo storico forte centralismo francese. Si accanisce con veemenza e passione contro un imperialismo politico e culturale che a partire dal lontano 1491 ha soggiogato e mortificato la sua terra d’elezione, la Bretagna, appunto. Ridotta da paese libero a provincia, smembrata in dipartimenti con la Rivoluzione e mai ricondotta davvero all’unità (ancora oggi Nantes, antica capitale del Ducato di Bretagna, fa parte dei Pays de la Loire), impoverita e persino ridicolizzata per lungo tempo, Ar Breizh (in lingua bretone) non ha avuto vita facile negli ultimi secoli. La sistematica campagna tesa a smantellare la lingua locale è stata l’arma più efficace nello sbiadire l’identità bretone. Lebesque dedica all’argomento un intero capitolo dall’eloquente titolo: “La parole assassinée”. Per l’Ètat francese il bretone, così come l’occitano e il basco, non sono altro che “façons vicieuses de parler”. Nel 1845 il sottoprefetto di Morlaix rivolge questa consegna ai maestri di scuola del Finisterre: “rappelez vous, messieurs, que vous n’êtes établis que pour tuer la langue bretonne”. Nel 1881 l’antico idioma viene del tutto bandito dalla scuola, tanto durante i corsi, quanto nella ricreazione.
Si potrebbe dire che il libro sia diviso in due tronconi portanti che si intersecano in continuazione. Il primo consiste in un’accusa di come il centralismo francese abbia condotto nel tempo una metodica operazione di sterminio della cultura e della specificità bretoni. Alcuni passaggi si rivelano un poco ostici per il lettore non autoctono, pregni come sono di riferimenti a personaggi, fatti storici e modi di dire locali. Ma se Lebesque si limitasse a questa invettiva, il lavoro non si risolverebbe in nient’altro che un’amara e coriacea polemica. “Comment peut on être Breton?” si rivela invece molto emozionante, e il merito va in particolare al secondo nucleo tematico, che affresca il travolgente amore di gran parte dei Bretoni per il patrimonio culturale ereditato. Quando ormai una fetta preponderante della popolazione, volente o nolente, aveva in larga parte rinnegato le proprie origini, una nuova generazione ha rialzato il capo e ha ricominciato a lottare. E non ci si riferisce soltanto a chi è arrivato a piazzare esplosivi, ma soprattutto a chi ha riscoperto la bellezza di una lingua cugina del gaelico e del cornico e ha prodotto una nuova letteratura, talvolta forse artificiosa e ingenua, ma in molti casi di riconosciuto valore. Sono comparse svariate riviste, tra le quali spicca la storica Gwalarn, fondata nel 1925 da Roparz Hemon “pour la défense et la renaissance du breton”, che divenne presto casa editrice, particolarmente attenta alla manualistica per la scuola. Gwalarn rimase confinata in un piccolo circolo di entusiasti, non potendo certo contare su recensioni e finanziamenti provenienti dall’area Parigi-centrica. Doveva reggersi soltanto sulle (a dire il vero numerose) donazioni volontarie. Nonostante le immaginabili avversità, i Gwalarnisti ebbero il fondamentale merito di rompere quel paludoso “immobilisme culturel de la Bretagne”.
Nel 1970 Morvan Lebesque consegna alle stampe un testo che trasuda ottimismo per il futuro, tanto che uno dei capitoli finali si intitola con entusiasmo Le réveil breton. Morirà poco dopo, con la soddisfazione di aver assistito al risveglio dell’amore per una civiltà straordinaria che a lungo aveva agonizzato rischiando di scomparire. La Bretagna però è ancora povera in quegli anni, abbandonata ai margini dell’economia francese. Mi chiedo come abbia reagito Lebesque, da ovunque si trovi, all’esplosione del cosiddetto “miracolo bretone”. Quei quaranta anni che, a partire proprio dal ’70, hanno trasformato la penisola nella prima regione per agricoltura e pesca dell’Hèxagone, nonché in una delle mete turistiche più apprezzate e iconiche d’Europa. Da quel 1491 di acqua sotto i ponti ne è passata un’infinità e di vario colore, ma parecchia ne scorre ancora ogni giorno. La spinta per riportare Nantes nello spazio amministrativo che storicamente le competerebbe è sempre forte e attuale, e negli ultimi anni sui muri di diverse città sono riapparsi minacciosi i simboli del FLB. Suppongo che un buon numero di Bretoni guardi alle vicende catalane con occhio molto attento e, forse, con una partecipazione emotiva particolare.

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Comment peut-on être Breton? Morvan Lebesque

E quindi? Su quale tribuna dell’arena andrà a prendere posto il cuore questa volta? Il desiderio di autodeterminazione è di destra o di sinistra? Chi è il razzista? Chi vuole essere, o chi rifiuta a questi di scegliere cosa essere? Lebesque rileva quanto gli sia sempre stato complesso conciliare, agli occhi di colleghi e lettori, idee socialiste e sentimento autonomista. Non esita però a dare una risposta netta a questi sempre attuali interrogativi. “La raison commenderait une doctrine simple et claire: oui, on est raciste en décrétant une race inférieure et maudite; non, on ne l’est pas en se définissant”.  La differenza sta tra due nozioni “mortellement confondues, la différence et l’antagonisme: la différence naturelle et fraternelle, l’antagonisme artificiel et ségrégateur”.
Mentre arriccio con metodo i baffoni, giungo alla conclusione che, come Serra, fatico sempre più spesso a scegliere da che parte schierarmi. Ma Catalogna o non Catalogna di una cosa sono certo: ogni volta che mi recherò in Bretagna, non c’è dubbio che mi sentirò un fratello gradito. Perché Lebesque e i suoi conterranei potranno anche desiderare uno spazio politico più autonomo per la propria gente, ma non si stuferanno mai di ripetere che “la Bretagne n’est pas pour nous un bloc racial, mais une conscience et une volonté d’être”.
Bretoni non si nasce, Bretoni ci si innamora.

Comment peut-on être Breton? Essai sur la démocratie française
Morvan Lebesque
Éditions du Seuil

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