Libri brutti, sporchi e cattivi. Prima parte

È da un pezzo che fa viaggiare quella mandibola con ritmo lento e regolare. Sta immobile in mezzo al prato, lo sguardo vacuo, e rumina, rumina, rumina. Inarco un sopracciglio, incuriosito da questa stramba creatura all’apparenza piuttosto lenta. Tiene le mani infilate nelle tasche delle brache e indossa una t-shirt nera con lunghe borchie che penzolano all’altezza dei capezzoli e dell’ombelico. Ha un’aria che con un eufemismo si potrebbe definire poco sveglia. Mi chiedo quale strano disegno del fato lo abbia condotto fino a qui, in questa sperduta libreria d’alta quota.
– Ora spiegami, ragazzo. Perché correvi dietro a quelle tre innocenti marmotte?
– Perché sono cattivo.
– Pensavi di arrostirle?
– No, non ci avevo pensato.
– Certo, le pregustavi crude.
– In realtà volevo solo spaventarle.
– Sei un vero duro…
– Puoi scommetterci.
Sorride compiaciuto. E rumina, rumina senza sosta. Con oggi mi sono infine convinto di aver fatto un errore ad aprire il negozio su un cucuzzolo. Avrei dovuto optare per l’opzione B. La libreria adagiata sul fondo dell’oceano mi avrebbe garantito senza dubbio molte più soddisfazioni professionali.
Galvanizzato, il bulletto enumera una serie di spaventose imprese compiute negli ultimi mesi che gli avrebbero garantito lo status ufficiale di “vero duro”. Pigne lanciate contro dolci gattini, clacson dello scooter strimpellato alle spalle di anziani che riposano sulle panchine e, dulcis in fundo, gomme da masticare appiccicate sui citofoni di un asilo nido.
– Hai mai provato a leggere un libro, ragazzo? Potresti scoprire che il tempo, di tanto in tanto, può anche essere utilizzato.
– Pfff, leggere? Che roba da sfigati. Quelle storielle d’amore o, peggio ancora, di maghetti che volano sulle scope. Ma figurati…
Bene, raccolgo la sfida. Te la sei voluta, pivello.
– Ragazzo ti faccio un regalo. Ti offro una manciata di libri. Libri brutti, sporchi e cattivi. I libri più cattivi che io abbia mai sfogliato. Però non so, forse non sei ancora abbastanza duro, temo che potresti rimanerne sconvolto, forse segnato per sempre.
– Ma figurati, vecchio… Ho visto tutti i “Sou”, io. Quelli delle torture, ma che ne sai tu… E pure la serie coi zombie. Che pensi? Che mi impressiono con dei libri?
– Ora te li prendo. Se sei così coraggioso non avrai mica paura di darci un’occhiata, no?
So io cosa ci vuole per questo sbruffoncello da quattro soldi.
Ecco i quattro libri più brutti, sporchi e cattivi che mi siano venuti in mente. Quattro impressionanti letture per nulla adatte ai deboli di cuore, ma che mi permetto di consigliare senza riserve a tutti coloro che vogliano inoltrarsi lungo i sentieri più ombrosi, violenti e folli che si snodano fra le pieghe dell’animo umano.
Buona discesa negli inferi.

Arrivederci amore, ciao – Alla fine di un giorno noioso
Massimo Carlotto
e/o edizioni

Arrivederci amore, ciao
Arrivederci amore, ciao. Massimo Carlotto

“Giorgio Pellegrini, la grande carogna del noir italiano” recita la copertina. Esperienza da terrorista e da guerrigliero privo di slancio e ideali. Criminale, assassino, traditore. Tutto quello che interessa allo spregevole protagonista di questa coppia di romanzi di Massimo Carlotto è lasciarsi alle spalle una condanna all’ergastolo e conquistarsi una nuova identità e una nuova vita. Qualsiasi ostacolo si frapponga tra lui e l’obiettivo non è che un fastidio insulso destinato a essere spazzato via. Ma forse ciò che più repelle di Pellegrini non sono l’assenza di scrupoli, la freddezza che dimostra nel togliere la vita o il calcolo con cui abusa di chi gli concede la propria fiducia, per poi disfarsene appena possibile. È la misoginia che impregna il suo cuore nero a colpire il lettore forte come un pugno. E lo fa a più riprese, in continuazione. Le donne che incrociano il suo cammino sono destinate a una fatale disperazione e a una fine umiliante e ineluttabile. Ne spegne parecchie di vite Pellegrini in questo nord-est ruspante, terra di opportunità e opportunismi, dove la politica e la malavita si prendono a braccetto e, partendo dagli angoli più sordidi della società, si espandono infettando ogni cosa. Carlotto è un genio. Questi sono romanzi che hanno fatto la storia del noir italiano. Una storia cupa. Sono racconti che trasudano verosimiglianza e realtà. E che forse proprio per questo incidono una traccia difficile da cancellare sulla pelle del lettore.
I due titoli non sono abbastanza? Ne volete ancora? Volete scendere ancora più a fondo negli abissi dell’animo umano? Accomodatevi allora.
L’oscura immensità della morte.
Sempre Carlotto. Ma se dopo aver letto anche questo non vi sentirete sereni, non venite a lagnarvi sulla mia spalla.

Drive-In. La trilogia
Joe R. Lansdale
Einaudi

Drive-In
Drive-In. Joe R. Lansdale

È probabile che in ognuno di voi alberghi una personale concezione di limite che è bene non oltrepassare. È altrettanto probabile che la vostra personale concezione di limite venga letteralmente disintegrata in seguito alla lettura della trilogia di Drive-In. Joe R. Lansdale è noto per essere un narratore piuttosto disinibito, ma oserei scommettere che nemmeno il lettore più affezionato alla scoppiettante serie di Hap e Leonard, la più conosciuta del texano, possa davvero essere preparato a ciò che lo aspetta in Drive-In. È l’omaggio più pazzoide che si sia tributato al cinema horror trash, una macedonia splatter di tutto il macabro immaginario che tanto appassiona i cultisti del b-movie. L’Orbit, il gigantesco drive-in in cui si sono recati i protagonisti ansiosi di godersi la “Grande Nottata Horror”, si trasforma in un teatro grottesco e sovrannaturale. Il dominatore dell’incubo è nientemeno che il Re del Popcorn, mostruoso direttore d’orchestra dell’orgia di sangue che coinvolge i circa ottomila spettatori accorsi. E quando il limite più estremo sembra essere stato infine raggiunto, ecco che i confini vengono di nuovo spezzati, e Lansdale trova il modo di spingere il gioco ancora un po’ più lontano. Non una volta, ma molte, innumerevoli. Finché si approda al terzo e conclusivo capitolo della saga, e lo spettacolo si fa tanto folle da ipnotizzare il lettore e, forse, compromettere la sua stessa lucidità. Provateci, a leggere d’un fiato un centinaio di pagine di Drive-In. Alla fine chiudete il libro e affrettatevi a fare una passeggiata in centro. Poi tornate a casa, e chiedetevi se vi siete sentiti pienamente in voi…

“Se ne stavano lì a mangiare il bambino sul tetto della loro auto. Avevano in mano una gamba a testa e ci davano sotto di gusto, e la gang di motociclisti di quelle parti… mi pare si chiamino Banditos… li ha visti e ne è rimasta sconvolta, fratelli.”
“Le macerie si mossero, qualche trave si sollevò e ricadde, e dalle rovine del chiosco emerse il Re del Copcorn. La parte della sua testa che era la scatola di popcorn aveva una fiamma rossa che guizzava all’insù, come una piuma su un fez. Una trave gli aveva trapassato il petto. La sua carne era farcita di schegge di vetro. Sembrava molto incazzato, e stava fissando proprio me.”
“Spero di non essermi pulito il culo con qualcosa di velenoso. Avevo preso delle foglie, ma una è strisciata via da sola.”
“Poi, dopo un certo tempo, saremmo usciti dal suo sfintere, espulsi nelle profondità del lago, la carcassa di un autobus pieno di scheletri. Sempre che l’autobus e le ossa resistessero agli acidi. Trasformati in merda di pesce.”

E così il ruminante prende i libri e li soppesa. Pare pensieroso. Ma non è finita.
Devo assestargli la botta finale. Ho ancora un paio di assi nella manica da sfoderare… E poi non sarà mai più lo stesso.

Continua…

 

 

 

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