Maccaia. Una settimana con Bacci Pagano

Benissimo! Evidenzio col pastellone rosso la data di oggi sul calendario. La mia vecchia carcassa freme per l’impazienza. Con un lucchetto piuttosto arrugginito assicuro la cassa, abbasso le saracinesche esterne, do quattro giri di chiave alla porta e per finire incastro la grossa trave in legno, barricando rudimentalmente l’ingresso.
È tempo di vacanza per l’Eremita Libraio! Si parte!
Salgo al piano superiore e infilo qualche straccio in valigia senza attenzione, non c’è tempo da perdere. Manca soltanto un ultimo tocco. Ma dove l’avrò cacciato? Eccolo, ben nascosto sotto il letto! Il mio irresistibile cappello Panama.
Scendo in libreria e saluto il locale esibendomi in un ostentato inchino. È tutto pronto. Destinazione: la Superba, Genova!
Afferro il volume dal bancone, dove l’avevo sistemato da giorni, e con un balzo scatto sulla sedia a dondolo. Viaggerò in compagnia di uno scrittore genovese doc che negli ultimi quindici anni ha saputo imprimere sulla carta alcune delle pagine più belle dedicate alla città della Lanterna, Bruno Morchio. Certo, il titolo del romanzo scelto per il viaggio preannuncia un bollettino metereologico piuttosto ostile: Maccaia. Una settimana con Bacci Pagano.
Bacci Pagano, qui alla sua seconda avventura, è un investigatore privato cresciuto nei caruggi del centro storico di Genova. Un segugio dei bassifondi dal passato e dal presente tumultuosi, tanto a suo agio a immergersi nel fango pur di risolvere i casi, quanto incapace nell’intrattenere relazioni sentimentali serene e ordinarie (si è guadagnato, con merito, il soprannome di analfabeta dei sentimenti).
La maccaia è invece “quell’aria sospesa, dove tutto può accadere e niente mai accade”, “un caldo e un’afa densi e grassi che evocano climi e atmosfere vagamente subtropicali”. È il soffio del vento di scirocco, “gonfio di sale e umidità”, a stendere sulla città questo velo di pesantezza che impigrisce.
Non le condizioni ideali per una vacanza… Ma la vicenda che vede Bacci indagare per conto di una società di assicurazioni sul bizzarro omicidio di un vecchio strozzino, massacrato sulle colline che incoronano Genova addirittura da un fantomatico lupo, è l’occasione per gustarsi alcuni meravigliosi scorci di una città fiera, custode di una bellezza antica e straordinaria.
Non appena sceso dal “treno”, sono accolto dallo “spettacolo dei tetti in ardesia di Genova fradici di umidità”. Dirigo lo sguardo “verso nord, oltre la selva di cemento colata dagli speculatori nei favolosi anni sessanta e in quelli, meno favolosi, che li avevano seguiti a ruota. Il profilo dei monti sfuma nella cappa grigia. Nuvole di madreperla spinte dal vento di mare lambiscono il forte Sperone e i mattoni rossi della torre Specola. […] Più sotto, come su un acquario, galleggiano la spianata di Castelletto, il santuario della Madonna di Loreto e il ripetitore di Granarolo. Tutto racchiuso in un solo colpo d’occhio, velato da quella luce opalina che rende ogni cosa irreale”.
Senza lasciarmi suggestionare dalla presenza dell’improbabile lupo, mi incammino verso i “boschi delle alture. Quelle alture velate di nebbia dove nei secoli la città si è arrampicata a strati sovrapposti. Come una vigna di vermentino o di sciacchetrà sulle fasce terrazzate delle riviere”.
Mi concedo poi un giro in barca con Bacci e René il Marsigliese. “Una fitta foschia lascia appena vagheggiare la linea dell’orizzonte. […] Il mare ci ninna come se fossimo dentro una culla. Man mano che ci allontaniamo dalla costa Genova si mostra ai nostri occhi. E lo spazio si allarga. Cresce. Questo è l’unico modo che abbiamo per ritrovarci in uno spazio dilatato e ampio. Lasciare la città stretta tra i monti e gli scogli, e uscire in mare aperto”.
Ma l’indagine incalza. Bacci Pagano mi prende per mano e mi trascina con sé. Si deve scoprire chi voleva morto il vecchio, la pittima (termine di “deandreiana” memoria che indica una persona sordida e spilorcia). In compagnia dell’investigatore analfabeta dei sentimenti si è certi di incontrare in continuazione donne dal fascino irresistibile, affaristi tanto ricchi quanto sudaticci e nauseanti, energumeni sinistri rifugiatisi nelle bische più fumose dei caruggi e, dulcis in fundo, tavole imbandite di ogni ben di dio. Morchio esibisce non soltanto scorci suggestivi e autentici della città, ma anche i profumi e i sapori della sua deliziosa gastronomia. Il primo piatto che assaporo durante la lettura di Maccaia è lo stoccafisso accomodato, un chilo abbondante e ben macerato, per essere precisi. La sola lista degli ingredienti è sufficiente a scatenare l’ingordigia: pinoli, capperi, olive, acciughe salate, pepe nero in abbondanza, due chili di pomodori maturi, due chili di patate, un misto di verdure da servire in pinzimonio e, per non fare mancare proprio nulla, anche due bottiglie di vino. Rosso, s’intende, perché “chi sostiene che lo stoccafisso si accompagni bene solo col vino bianco non capisce niente di cucina”. Una vera goduria al termine della quale però si deve tornare alla cruda realtà di sospetti, indagini e depistaggi. Bacci, cresciuto nel labirinto di anime, odori e colori della sua città natale, sa come orientarsi in questo intricato dedalo di bugie e falsità. E infine, quando i nodi della vicenda sembrano finalmente sul punto di venire al pettine, mi accompagna in una trattoria sulla collina di Carignano a godermi ancora una volta le delizie della Superba, facendosi così anche perdonare l’irritante vera e propria mania per la musica di “Volfango Amedeo” Mozart. L’atmosfera è tesa. È fondamentale non sbagliare più nulla, ma la mia concentrazione è assorbita dal piatto che sta raggiungendo il nostro tavolo. Trenette avvantaggiate (“impastate mescolando la farina col cruschello”), ovviamente servite al pesto. E che pesto, quello di Genova, meglio ancora se il basilico arriva da Prà. Che “il basilico della globalizzazione se ne fotte. Trapiantato in qualunque altro posto diventa una specie di disadattato. Perde carattere e prende il sapore della menta”. Una prelibatezza accompagnata da un giovane rossese di Dolceacqua. E adesso la ciliegina sulla torta. Bianchetti bolliti col prezzemolo, bianchetti fritti con la pastella e ovviamente un nuovo vino: un Pigato della Val d’Arroscia, più indicato, “che i bianchetti sono la morte sua”. È l’apoteosi, il momento clou della mia vacanza, il punto di arrivo della traversata di sensazioni forti lungo le quali Bruno Morchio mi ha accompagnato. Chiudo gli occhi, spalanco le fauci e…
DRIIIIN! DRIIIIN!
Il campanello?
– Cinque colli! Lascio in mezzo la bolla!
Lo sento correre, sbattere la porta del furgone e ripartire in fretta e furia.
Il mio nemico numero uno.
Il corriere.
Davanti a me ora vedo solo scaffali, un bancone e montagne di libri. Un ululato disperato accompagna il mio ritorno alla realtà.
Infranta la magia del viaggio letterario, mi ritrovo in mano il libro dal tipico color arancio che caratterizza ogni pubblicazione dell’editore genovese Fratelli Frilli. Senza dubbio in futuro tornerò in Liguria a salutare l’amico Bacci. Le sue indagini a un certo punto sono state pubblicate con successo da Garzanti, ma quelle che esporrò più in evidenza sugli scaffali della libreria saranno le prime quattro, quelle arancioni. Perché Bacci Pagano è un prodotto del ventre di Genova, e Frilli è il suo editore naturale, quello che meglio si confà alla sua natura di orgoglioso, umorale e stizzoso figlio della Lanterna.
Tolgo il Panama, poso il libro e mi ritrovo ad arricciarmi un baffo e a tamburellare con l’altra mano sul manico della sedia a dondolo, pensieroso. Quel dannato corriere non la passerà liscia. Escogiterò una terribile vendetta, e prometto che non si farà attendere.

Maccaia. Una settimana con Bacci Pagano
Fratelli Frilli Editore
Tascabili Noir
9788875631116

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