Pappagalli verdi

Da lungo tempo lo osservavo con interesse, Pappagalli verdi, infilato di taglio nello scaffale dedicato all’Universale Economica Feltrinelli. Un libro così sottile per volume, ma così ingombrante, un vero pachiderma, per tema affrontato. Mi raccontavo che a me, eremita che con una pernacchia ho voltato le spalle al mondo, una narrazione dedicata alle situazioni più drammatiche nelle quali possano sfociare i rapporti umani, in fondo, non serviva. Già brontolone e criticone per natura, era forse necessario imboccare l’accidentato sentiero di una lettura tanto cruda? E così ho lasciato le pagine del librino ingiallirsi. Fino a quando, dopo essermi profuso in una delle solite (e solitarie) tirate contro coloro che nascondono la testa sottoterra come struzzi per non prendere coscienza del mondo che calpestano, arrossendo di imbarazzo, ho afferrato il volume 1606 dell’Universale economica e, accomodatomi sulla scomoda panca poco lontana dal negozio, mi sono calato tra alcune delle pagine più commuoventi, tristi e importanti che abbia mai incrociato.
Pappagalli verdi è un libro che non ha bisogno di grandi presentazioni. Così come non ne ha bisogno il suo autore, Gino Strada, tra i fondatori di Emergency, una vita spesa a organizzare e prestare soccorso alle tante, troppe persone che ogni giorno si confrontano con la spietatezza cieca della guerra. Forse però chi ancora non ha letto questo resoconto che Strada fa di alcuni momenti della propria esperienza di chirurgo di guerra, potrebbe non sapere che cosa sono questi “Pappagalli verdi”. Mine antiuomo, mine giocattolo, “dieci centimetri in tutto, due ali con al centro un piccolo cilindro […] vengono giù a migliaia, lanciate dagli elicotteri a bassa quota”. Mine giocattolo progettate per mutilare i bambini, un orrore che persino l’autore confessa di aver faticato a credere reale. Ma i segni indelebili lasciati sul corpo di Khalil, sei anni, parlano chiaro. È questo lo scenario in cui Gino Strada e i suoi colleghi si muovono. Ospedali improvvisati, contesti pericolosi, città dove la morte e la disperazione sono diventate la normalità, la consuetudine.
Le cronache si susseguono asciutte, tanto sobrie quanto emozionanti. Non sono necessari orpelli narcisistici, retorica e patetismo quando ogni riga trasuda realtà ed esperienza diretta. Si susseguono 156 pagine crude e dolorose, e un lieve brivido di imbarazzo non può che percorrere la schiena del lettore occidentale, consapevole in qualche modo di essere una delle tante minuscole rotelle che muovono gli ingranaggi delle società più moderne, esportatrici di macchine di morte, di contraddizioni e di ipocrisia. Le stesse istituzioni nelle quali solitamente si cerca una confortante virtù escono malconce dal resoconto di Strada. Spesso i funzionari dell’ONU non sono che colletti bianchi impreparati e nel migliore dei casi ingenui, apparentemente scollegati dalla concretezza delle situazioni per le quali si ritrovano la responsabilità di dover decidere. E colpisce che persino nei beniamini del libro, questi medici dell’estremo pronti a mettere in gioco la propria confortevole quotidianità e la propria vita, Gino Strada intraveda un sottile velo d’ombra, mettendo in discussione in primo luogo se stesso. L’impegno profuso in questa vera e propria missione è sincero e disinteressato, o risponde piuttosto all’ambizione di lasciare un segno, di affrontare e vincere una sfida? Mi ritrovo a chiedermi: è questo un libro che lascia filtrare un minimo spiraglio di luce, o conduce in un’esorabile spirale di rassegnazione all’orrore? Tra le tante vicende drammatiche, ve ne è una in particolare che mi ha commosso e che mi ha portato a pensare che, in fondo, anche i nemici più acerrimi, in un momento di nuda lucidità, potrebbero guardarsi, scoppiare a ridere e concedersi un abbraccio. Se in Gibuti i ragazzi appartenenti alle fila dei ribelli e i soldati governativi, dopo essersi sparati e mutilati a vicenda, sono arrivati ad accettare di condividere la stessa camerata d’ospedale, a offrirsi da fumare e a parlare del più e del meno, se un “nemico” arriva a scostare le stampelle per agevolare il passaggio della carrozzina che ospita il ribelle Alì… Allora si può chiudere questo libro continuando a sforzarsi di sperare. Rileggete questo aneddoto, o scopritelo per la prima volta. Nella mia ristampa datata 2004 si trova a pagina 131. Nella vostra immagino non possa essere lontano. Io ripongo Pappagalli verdi nello scaffale. Anzi, lo metto di faccia, perché salti all’occhio. Se un giorno qualche ragazzo delle scuole superiori dovesse perdersi per i sentieri e cercare rifugio qui, nella mia libreria d’alta quota, sarà il primo libro che gli consiglierò. E se dovesse optare per qualcos’altro, credo proprio che glielo infilerò di nascosto nello zaino.

Pappagalli Verdi
Gino Strada
Feltrinelli – Universale Economica
9788807883019

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